quindici giorni

Instorie su 13 gennaio 2010 a 09:57

Ricordo lo choc di un nostro giornalista che, invitato a fare un pezzo sul Cottolengo di Torino, disse “mah, so poco…”. “Sono contento che tu sai poco”, risposi io, “adesso vai, stai quindici giorni a Torino nel Cottolengo, e poi scrivi l’articolo”. E’ andato; è stato quindici giorni al Cottolengo, ne è uscito commosso quasi alle lacrime. Gli dissi: “Adesso ti fermi per altri quindici giorni. Fai un piccolo distacco dalle emozioni che hai vissuto e poi scriverai i tuoi articoli sul Cottolengo di Torino”. Devo dire che vennero fuori tre servizi veramente esemplari. Bisogna avere la pazienza di stare addosso alla vita e di cercare di vederla e conoscerla dall’interno, se si vuol parlarne con qualche competenza.

Stralcio dell’intervento di don Leonardo Zega, storico direttore di Famiglia Cristiana, durante il seminario per giornalisti di Capodarco del 1995. Un piccolo frammento per ricordarlo in occasione della sua morte avvenuta all’inizio dell’anno. Per leggere l’intero intervento cliccare qui.

regola numero uno

Instorie su 1 dicembre 2009 a 00:30

Chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni. Dove sono cresciuto questa regola te la insegnano presto. E’ sul podio con ‘non si accettano caramelle dagli estranei’ e ‘non si dicono le parolacce’, eppure quando non ne coglievi il senso perché troppo piccolo te le facevano dire eccome. E se la ridevano. Vincenzo Conticello, imprenditore palermitano, a me ha insegnato che farsi i fatti propri è una regola che non funziona.  Se tiri la somma dopo un anno in cui l’hai costantemente applicata, sono più gli svantaggi che altro. L’ha sperimentato sulla propria pelle, non parla per sentito dire. Le scelte degli altri non si possono ignorare quando queste comportano sofferenza e ingiustizia. La sua scelta, raccontata in un mio articolo pubblicato su Aesse, il mensile delle Acli, è stata quella di venire allo scoperto, di farsi i fatti degli altri perché fatti di tutti, compresi i suoi.

col sudore della fronte

Instorie su 2 novembre 2009 a 18:31

pappalardo

Il freddo cane di questi giorni mi ha trascinato coi pensieri al natale. Allo stare a casa, mentre fuori le strade ghiacciano. E alla tombola con i miei. Da piccoli, per coprire i numeri delle caselle usavamo le bucce d’arancia. Mentre venivano snocciolati i numeri estratti, tra le risate c’era un denso odore d’agrumi. A quell’età non avevo mai visto un arancio, e mai avrei pensato di vederne così tanti come all’inizio di quest’anno. Ai piedi dell’Etna, mentre con l’automobile di Gabriella Guerini, presidente dell’associazione antiracket Asaae, percorrevamo le strade di campagna della provincia di Catania. Grazie a lei ho conosciuto Carmelo Pappalardo e i suoi figli. Persone semplici e coraggiose. Alla morte, hanno scelto la vita.  Quella che si guadagna ogni giorno col sudore della fronte.

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